Attilio PieriniIn occasione della sfida di Recanati di domenica scorsa, abbiamo eletto a “personaggio” di questa settimana Attilio Pierini, capitano della formazione marchigiana.

Nato a Loreto, in provincia di Ancona, il 26 luglio 1981, Pierini ricopre sia i ruoli di 4 che di 5. Un amore incondizionato per una sola maglia nella sua carriera, quella di Recanati, di cui è bandiera oltre che capitano. Ma andiamo con ordine, perché il nostro “personaggio” ha avuto anche altre esperienze prima di abbracciare il suo grande amore. Ha cominciato nelle giovanili di Porto Recanati, ma la prima chiamata da senior l’ha ricevuta da Porto San Giorgio in serie C1, seguita dall’altra avventura con il Castelraimondo in serie C2, terminata la quale si è trasferito a Recanati per non lasciarla più. Ben 15 stagioni fra i leopardiani, compresa quella sta disputando, nel corso delle quali li ha accompagnati, contribuendo non poco, nella scalata dalla serie C1 alla serie A2.  Qui riportiamo soltanto alcuni dei numeri che ne hanno caratterizzato la permanenza nella città della poesia: 443 punti nel 2006/2007, 515 l’anno successivo per una media di 17,17, 394 nel 2008/2009, 539 nel 2009/2010 per quella che sarà la sua media più alta con 17,97 punti a partita, 491 nel 2012/2013. Purtroppo però Attilio ha passato anche dei periodi non piacevoli, soprattutto lo scorso anno quando è stato costretto ad operarsi ad un piede restando fuori dai parquet nazionali per 3 mesi e poi al suo rientro ancora un infortunio all’altro piede che lo ha pesantemente condizionato ed è riuscito a rientrare soltanto per la preparazione della corrente stagione in cui ha realizzato finora 196 punti in 433 minuti giocati con il suo best score di 21 punti contro Bisceglie.

Di Pierini si può ancora dire che nel 2007/2008 è stato il miglior realizzatore a livello nazionale in serie C1 e che l’anno successivo si è classificato al terzo posto a livello nazionale in serie B Dilettanti.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Attilio Pierini per porgli alcune domande:

D: Quindicesima stagione a Recanati, una bandiera, ma nel basket un caso più unico che raro. Un legame forte con questa squadra e questa Città...

R: “Dopo 15 anni è naturale che ci sia un legame forte. È stata una delle mie prime esperienze, all’inizio si arrivava ai play off, ma essendo una società giovane non si pensava al salto di qualità, poi invece si è provato a salire e ci siamo riusciti. Tra l’altro devo dire che mio padre è un grande tifoso di pallacanestro e mi seguiva anche fuori casa, poi ha ricevuto la proposta dall’ex Presidente di dargli una mano in società per un progetto più ambizioso e lui non aspettava altro ed ha subito accettato. Da lì è partito tutto, perché ogni campionato disputato si dava sempre qualcosa in più. In verità ho ricevuto offerte da altre società, ma alla fine ho sempre voluto rimanere a Recanati, anche perché vinci il campionato di serie C1, poi quello di B, poi ancora quello di A Dilettanti, vai a giocare in A2, ed è venuto da sé che rimanessi qui. Ora come ora ho famiglia qua e quindi è impensabile andare altrove, vorrei davvero poter chiudere la mia carriera qui”.

D: A cosa è dovuto il soprannome Attila?

R: “Attila deriva semplicemente dal mio nome: Attilio. Nella pallacanestro si è soliti dare dei nomignoli per abbreviare il nome e qualche anno fa i miei compagni di squadra hanno cominciato a chiamarmi Attila, a me piace e me lo tengo”.

D: Quali emozioni, oltre che soddisfazioni, hai provato nel portare la tua squadra dalla C1 alla A2?

R: “Ho avuto delle soddisfazioni sportive a livello personale vissute sempre da protagonista perchè sono stato miglior realizzatore in C1 ed in B2, poi portare la propria squadra in A2, cosa impensabile qualche anno prima, è un’emozione indescrivibile, vissuta, tra l’altro, da capitano di una squadra di un piccolo paese. Tutto questo per me è stato e lo è ancora motivo di grande orgoglio, se consideri anche che mi hanno eletto cittadino onorario di Recanati”.

D: Quest’anno la sfortuna vi sta rendendo la vita difficile con tanti infortuni, quando tutti vi davano per favoritissimi nel girone. Ma è solo sfortuna o c’è anche qualche ingranaggio ancora da oliare?

R: “Se qualcuno volesse addossare solo la colpa alla sfortuna  non sarebbe onesto, perché siamo un po’ tutti consapevoli  che i risultati non dipendono solo da quello, poi che gli infortuni abbiano inciso è fuor di dubbio perché, da inizio stagione, solo la settimana scorsa forse siamo riuscire a fare due allenamenti con la rosa completa.  La squadra fa certamente fatica ad allenarsi, la qualità ne risente e questo incide sui meccanismi di squadra, però dire che è solo sfortuna è riduttivo. I problemi possono essere tanti, la squadra è stata interamente rinnovata a parte me, non abbiamo ancora trovato l’amalgama, poi siamo tutti over 30, ovviamente i senior, quindi stiamo facendo fatica a entrare in condizione”.

D: Un anno fa hai subito un intervento al piede che ti ha tenuto fuori per un po’. Cosa hai provato in quella situazione?

R: “È stato un anno tragico non solo per la squadra, ma anche per me. Son riuscito a tirare avanti fino a novembre (2016, ndr) a causa di uno sperone osseo che era come un punteruolo sul tallone. Pensa che facevo fatica a camminare anche la mattina appena mi alzavo dal letto. Ero arrivato al limite di sopportazione ed abbiamo deciso di operarmi e questo mi ha comportato tre mesi di inattività ed al rientro la squadra non era messa bene. È stata una vera sofferenza perché non solo non giochi, ma vedi la tua squadra che fatica, non puoi dare una mano. Ripensandoci magari ho sbagliato a non anticipare i tempi dell’intervento all’estate prima”.

D: L’allenatore a cui sei più legato e perché?

R: “Di allenatori ne sono passati tanti e ho un bel ricordo di tutti, anche perché non sono uno di quelli che con gli allenatori non lega, a maggior ragione essendo il capitano che ha un ruolo di raccordo tra la squadra e l’allenatore. Se proprio devo dire un nome è quello di Piero (Coen, ndr) alla sua prima stagione, perché mi ha dato molto a livello tecnico, lui è uno bravo sui fondamentali, è puntiglioso, d’altronde voi a San Severo lo conoscete bene. Poi ricordo volentieri anche Padovano e Marsigliani, con cui ho un buonissimo rapporto”.

D: Quando non giochi a basket come occupi il tuo tempo?

R: “Mi sono sposato l’anno scorso, quindi quando non gioco preferisco dedicare il tempo a mia moglie, stando a casa in famiglia. Alla fine non faccio niente di particolare, organizziamo qualche cena fuori con gli amici, qualche uscita al cinema a vedere dei film, però non sono più tipo da discoteca, sono diventato “vecchietto” (ride, ndr)”.

D: Cosa chiedi al tuo futuro cestistico e non?

R: “Per il mio futuro cestistico, con gli anni che ho, non posso certo guardare molto oltre, ma sicuramente mi sento ancora bene e soprattutto nuovamente integro, cosa che non avvertivo negli ultimi due anni. Per me e Recanati, oramai siamo in simbiosi, quest’anno vorrei arrivare tra le prime quattro, essendo oramai lontano il primo posto, per poi giocarcela ai play off e comunque il mio sogno è, prima di smettere, quello di riportare Recanati lì dove era e cioè in serie A. Ovviamente parliamo di sogni perché so bene che vincere un campionato di serie B è difficilissimo, non basta neanche vincere i play off”.

Ferdinando Maggio
Ufficio Stampa Cestistica Città di San Severo

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