2018-19-TB-Massimo-Rezzano.jpgMassimo Decimo Meridio, generale romano, comandante dell’esercito del nord, meglio noto con il nome de “il gladiatore”… è così che vediamo il nostro Massimo, il capitano, il numero 8 dell’Allianz Pazienza Cestistica San Severo, un lottatore indomito, colui che grida ai suoi compagni: “al mio segnale scateniamo l’inferno”.

Nativo di Trieste, classe 1982, Max Rezzano è una persona simpaticissima, cordiale, disponibile, ma soprattutto un grande professionista che rimarrà per molto tempo nel cuore dei tifosi gialloneri.

Di lui in questi quasi due anni di “convivenza” sappiamo che ha solcato parquet importanti cominciando la sua carriera sportiva nella sua Trieste dove ci resta fino al 2001; poi si trasferisce a Gorizia, prima di scendere al “centro” e precisamente nelle Marche dove veste le canotte di Ancona e Osimo. Nel 2008 per lui l’esperienza in A2 con Veroli, dove conquista anche la Coppa Italia di categoria. Ritorna in B e si toglie la soddisfazione di riportare in A2 Brescia che lo conferma anche per l’anno successivo. Seguono due anni a Matera, prima in B, poi in A2 e, successivamente, l’avventura con la Viola Reggio Calabria. La stagione successiva risponde alla chiamata di Scafati, sempre in A2, dove mette in bacheca un’altra Coppa Italia. Prima di accasarsi nella Città dei campanili, ha militato nelle fila della Bakery Piacenza.

Per approfondire la sua conoscenza l’abbiamo portato nel nostro confessionale e di seguito riportiamo (quasi) integralmente (è un grande chiacchierone, nel senso buono del termine) quanto ci siamo detti e bisogna dire che ha retto bene, soprattutto all’ultima domanda:

D: Due stagioni a San Severo, cosa puoi dire della tua esperienza qui finora?

R: “In linea di massima posso dire che finora è stata una grande esperienza. E’ stato un percorso di crescita personale in cui ho avuto modo di imparare molte cose sia dentro che fuori dal campo grazie al nostro staff tecnico. Questo la dice lunga sul fatto che se ci si impegna c’è sempre spazio per imparare”.

D: Tu che la Coppa Italia l’hai vinta in A2 con Scafati e con Veroli, come giudichi le apparizioni della Cestistica sia nella passata stagione che in quella in corso?

R: “Le ritengo estremamente positive! Quando ero sia a Scafati che a Veroli, dove le ho vinte, le partite che abbiamo disputato sono state identiche, solo che il risultato ci è stato favorevole. Alla fine, ha vinto chi ha sbagliato un tiro in meno. In certe partite prevalgono gli episodi e, tornando a un anno fa sempre contro Firenze, l’abbiamo spuntata a episodi invertiti, sono andati bene a noi e male a loro. La Coppa Italia è così, ci vanno otto squadre che sulla carta si equivalgono e ha vinto quella che è riuscita ad essere più costante rispetto alle altre. Partecipare ci è servito per capire le cose che vanno bene e quelle che vanno meno e su cui dobbiamo lavorare”.

D: Pur non essendo l’obiettivo principale della stagione, quanta amarezza vi ha lasciato l’uscire al quarto di finale?

R: “Tantissima! Avrei voluto avere una videocamera nello spogliatoio per riprendere le facce di tutti, a partire dallo staff, per finire a tutti noi giocatori. Sembrava quasi essersi svegliati all’improvviso da un bellissimo sogno e ritrovarsi a fare i conti con la durissima realtà. Un vero peccato perché vincere la Coppa Italia è comunque qualcosa di fantastico e per noi è rimasto solo un sogno. C’è da dire di contro che mi è piaciuta la reazione che tutti abbiamo avuto”.

D: Cosa deve fare un capitano e cosa hai fatto tu in questa situazione?

R: “Una cosa molto semplice: guardare in faccia ad uno ad uno i miei compagni di squadra e dirgli che anche io ci sono rimasto molto male, ma è il caso di non demoralizzarsi per questo, perché è un momento della stagione troppo delicato per farsi prendere dallo sconforto. Consideriamo che stiamo facendo un girone di ritorno fenomenale e di solito il ritorno è sempre più complicato dell’andata. Ora bisogna soltanto pensare ad una cosa per volta, prima partita per partita fino a fine campionato, poi ai playoff e vedere di arrivare in fondo, perché essere troppo lungimiranti non va mai bene”.

D: Tra i tuoi compagni di squadra si dice che tu sia il più matto del gruppo, ma cosa combini?

R: “E’ tutta colpa del mio carattere, sono quello più estroverso del gruppo. Mi piace far ridere la gente perché ne traggo beneficio, mi aiuta a ricaricarmi. Ma tutto ha un limite, quando entro sul campo divento serissimo, ma fino a che non entro, anche un minuto prima mi piace scherzare, è un modo di caricarsi ed anche di alleggerire la tensione”.

D: A casa ti comporti allo stesso modo?

R: “Ma certo, con i bimbi scherzo sempre, a dire il vero anche con mia moglie. E’ importante riuscire a far ridere anche le donne. E’ questo il mio carattere, sia dentro che fuori dal campo”.

D: Hai quasi 37 anni, ti auguro di giocare con continuità ancora tanto tempo, hai già pensato a cosa farai “da grande”?

R: “No assolutamente! E’ una bella domanda questa, ma devo dirti che, a parte qualche piccola idea, qualche spunto, non ho davvero ancora pensato al dopo. In questo momento la cosa che metto al centro ed a cui devo dare stabilità è la mia famiglia e se questo sarà qui, o in un altro posto, per me non ha importanza perché io riesco ad adattarmi facilmente. Le idee ci sono e bisognerà vedere cosa succederà in futuro perché ci cominci a pensare e comunque finchè le gambe e la testa reggono io resto nella pallacanestro”.

D: Di te sappiamo tanto, ma non tutto. Ci vuoi raccontare qualcosa di te che non conosciamo?

R: “Potrei scrivere tre libri sull’argomento (ride, ndr). Ti racconto il mio approccio con lo sport: sicuramente non sapete che io ho cominciato con il nuoto e mi dicevano anche che ero abbastanza portato. Solo che un bimbo di sei anni in una piscina si sentiva abbastanza castigato, anche se allora non ero così estroverso come ora, sono cambiato molto nel corso degli anni. Mia madre a casa a non far nulla non mi voleva e mi ha lasciato facoltà di scegliere cosa fare. Il calcio non mi piaceva, dalla pallavolo non ero attratto, così mi ritrovai a provare a giocare a basket. Mai avrei immaginato di ritrovarmi a certi livelli, una carriera dignitosa che mi ha consentito di prendermi delle belle soddisfazioni e molte altre avrei potuto prendere, ma soprattutto mai avrei pensato a 37 anni di chiedermi come potrò fare un giorno senza la pallacanestro.”

D: Sei mai stato costretto a scendere a compromessi sia nello sport che nella vita?

R: “In effetti si, ci sono stati dei momenti particolari in cui sono dovuto scendere a compromessi, mi sono pentito di questo, ho dei piccoli rimorsi. Chissà, forse avrei potuto seguire una strada diversa e trovarmi in un’altra situazione, ma col senno di poi non si va da nessuna parte. Però, ripensando al passato e a certe situazioni in cui mi son dovuto “accontentare”, è lecito avere il dubbio che poteva andare diversamente. La vita è fatta di scelte e ti trovi ad imboccare delle strade che in futuro potresti ritenere non essere quelle più giuste. Così di alcune scelte me ne pento, ma vado avanti lo stesso. Ritornando alla tua domanda preciso che sono sceso a compromessi più nella pallacanestro che nella vita, perché nella vita ho sempre fatto le scelte giuste, motivo per cui mi ritrovo una splendida famiglia, con una moglie fantastica che ho conosciuto per il mio desiderio di vivere la vita come volevo.”

D: La più bella esperienza che ti porti dietro?

R: “Nello sport la promozione di una rinata Brescia, che veniva da 20 anni di nulla. Sai, ritrovarti dopo soli due anni a diventare capitano di una squadra che compie un’impresa sportiva, arrivando ad essere promossi in A2, è tanta roba! Di momenti belli ne ho vissuti, anche a Matera, pur perdendo in finale contro Torino, ma chi ci avrebbe scommesso un soldo che saremmo arrivati a giocarci la promozione contro Torino? Paragonabile alla nostra stagione dello scorso anno, con la differenza che quando giocavo a Matera non c’era la final four. Potrei parlarti anche delle due finali consecutive di Osimo, di soddisfazioni ne ho avute, ma a Brescia ho vinto e quindi resta quell’emozione. Nella vita invece la più bella esperienza che mi porto è la nascita dei miei bimbi, risposta scontata, ma è realmente così”.

D: A chi o a cosa non rinunceresti per nulla al mondo?

R: “Alla mia famiglia! E devo fare un monumento a mia moglie perché in questo momento la sua è una vita di sacrifici e rinunce. Non è facile gestire la situazione familiare dovendo seguire me in giro per l’Italia, lei ha avuto il coraggio di farlo scegliendo di seguirmi e rinunciando a tante cose a soli 24 anni”.

D: Tra le tante piazze in cui sei stato hai mai trovato una tifoseria del genere, nel bene e nel male?

R: “Il primo anno di Osimo ho visto una tifoseria forse superiore, ma lì erano davvero matti. Altre tifoserie calde come qui, a parte quella che ti ho detto, non ne ho mai viste, perché nelle altre piazze sono sempre arrivato quando l’entusiasmo era spento e l’abbiamo riacceso.  Ma San Severo resta San Severo”.

D: Perché il numero 8, che hai anche tatuato?

R: “Fondamentalmente perché quando giocavo l’ultimo anno juniores, mi sono procurato una distorsione alla caviglia una settimana prima dell’inizio del campionato. Grazie al mitico Fornasaro, che penso sia ancora fisioterapista della pallacanestro Trieste, sono riuscito a riprendermi, così mi sono presentato nello spogliatoio prima della partita. Premetto che io allora giocavo con il 15, ma un compagno di squadra, pensando che io non avrei giocato quella partita, se ne era appropriato. Per non fare storie e per non creare problemi nello spogliatoio chiesi al magazziniere quali numeri fossero disponibili e, tra questi, scelsi il numero 8. In quella partita feci oltre 30 punti, su una sola caviglia, e quindi mi legai strettamente a quel numero di maglia. Coincidenza vuole che, ma questo ovviamente a quei tempi non potevo saperlo, mia moglie sia nata l’8 gennaio del 1988 ed abbiamo deciso di tatuarci insieme il numero 8, lei dietro il collo ed io dietro al braccio. Che poi, ti dirò di più, è un 8 stilizzato a uroboro che rappresenta anche il segno dell’infinito.”

D: Posso strapparti una promessa? In caso di promozione ti rasi i capelli?

R: “Ma che bravo che sei! (ride, ndr). In ogni caso non mi raso la barba, che sto già lavorando al pizzettino. Ti accontento e mi faccio una cresta giallonera, da orecchio a orecchio però, perché al centro non crescono più”.

Ferdinando Maggio
Ufficio Stampa Cestistica Città di San Severo

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