2018-19-TB-Nicolas-Stanic.jpg“Un incrocio di destini in una strana storia…” canta De Gregori in “il bandito e il campione” riferendosi a Girardengo e a Sante Pollastri, con il primo che vinse ed il secondo che visse una cocente delusione finendo in manette al traguardo. Non ce ne voglia De Gregori per l’accostamento, ma possiamo dire che l’incrocio di destini riguardi anche l’Allianz Pazienza San Severo e Nicolas Manuel Stanic, quando a Montecatini lo scorso anno si sfiorarono, non si affrontarono, ma si conobbero. In quell’occasione Nicolas conquistò la promozione con Piacenza, l’ennesima della sua carriera, mentre San Severo visse la delusione per il mancato salto di categoria, una delusione ben digerita che ha dato stimoli ancora più forti per affrontare questo campionato insieme.

Argentino di nascita, con passaporto italiano, classe 1984, Stanic è un giocatore simbolo, con una grande esperienza alle spalle e personalità da vendere.

Approdato in Italia nel 2003, rispondendo alla chiamata di Napoli in C2, l’anno successivo si ritrova a giocare in A2 con la casacca di Fabriano. Si sposta in Toscana dove gioca a Firenze prima e a Montecatini poi. Il ritorno a Fabriano coincide con due promozioni consecutive; seguono il come back a Montecatini e l’anno di Roseto, poi nel 2014 quello di Rieti che culmina con la promozione in A2. L’anno successivo replica il risultato con l’Eurobasket Roma, squadra che lo conferma anche per la stagione successiva. Nello scorso campionato ha vestito la canotta della Bakery Piacenza, contribuendo, come tutti ben sanno e come detto, alla promozione in A2.

Abbiamo incontrato Nicolas per la nostra consueta amichevole chiacchierata:

D: Anche per te è d’obbligo la prima domanda: cosa ti ha convinto ad accettare la proposta di San Severo?

R: “Dopo aver terminato l’esperienza a Piacenza, cercavo una squadra di vertice, che aspirasse alla promozione in A2, in linea con le mie ambizioni. Questo non sempre accade, perché non è detto che ricevi la chiamata da una squadra che ha l’obiettivo di salire di categoria. Io ho avuto la fortuna di ricevere la chiamata di Giorgio (Salvemini, ndr) già a fine giugno, quando ero in Argentina. Abbiamo parlato, mi ha spiegato le sue idee e non ho avuto alcun problema ad accettare, ho creduto sin da subito al progetto”.

D: Riavvolgiamo il nastro: dal 2003 in Italia per rispondere alla chiamata di Napoli… perché hai scelto proprio l’Italia?

R: “I miei nonni avevano origini italiane, il nonno di Trieste e la nonna di Gorizia; durante la seconda guerra mondiale sono espatriati in Argentina. Ho avuto l’opportunità di acquisire la nazionalità italiana per via di una norma che lo prevedeva per i nati nell’84 con parenti italiani, che avessero trascorso almeno due anni nelle giovanili. Così nel 2003 ho seguito mio fratello che era venuto a giocare in Italia nel 2002. Per me è stata una esperienza completamente nuova ritrovarmi in un paese che non conoscevo, a soli 18 anni, ma era un’occasione da cogliere e che mi ha fatto crescere tantissimo come persona”.

D: Hai un curriculum di tutto rispetto, tanti campionati vinti, tanta esperienza maturata: quanta voglia hai di vincere ancora?

R: “La voglia di vincere non passa mai, perché amo questo sport, amo giocare e amo allenarmi. Cerco di curare tutti i particolari e di avere sempre nuovi stimoli per fare meglio. Poi le partite importanti mi esaltano, quando gioco i playoff o le finali promozione do il meglio di me. Non è una questione di giocare bene soltanto, entro in campo con uno spirito diverso, con una testa differente rispetto alla regular season. Ci metto tanta cattiveria agonistica. Con il tempo si matura e se prima tendevo a giocar più da solista, ora sono al completo servizio della squadra, perché è questo il modo in cui si vince, giocare di squadra. Certo bisogna avere anche un pizzico di fortuna, però se non ci metti l’atteggiamento giusto, neanche la fortuna ti può aiutare”.

D: Tornando alla tua esperienza, come la metti al servizio dei giovani?

R: “Credo che i giovani in generale stiano vivendo un momento di difficoltà, perché ci sono tante distrazioni che assorbono tempo da destinare all’allenamento e mi riferisco ai social e ai videogames. Ai miei tempi, parlo di me da giovane, questo non c’era e ci si dedicava in tutto e per tutto all’allenamento. Queste distrazioni ti portano a pensare ad altro e a non concentrarti su quello che stai facendo e a cui dovresti dare priorità. Quando posso dispenso consigli a tutti sul campo e fuori dal campo, portando la mia esperienza”.

D: Parliamo un po’ della squadra: finora lo slot della casella sconfitte è occupato ancora dal numero zero. Quanto vi riempie di orgoglio e quanta carica agonistica vi dà difendere questo primato?

R: “Dobbiamo tutti essere orgogliosi, non mi riferisco soltanto alla squadra, ma a tutto l’ambiente, compresa società e tifosi, per questo risultato. Tuttavia bisogna stare molto attenti, perché questi record non ti regalano la vittoria del campionato, quella bisogna conquistarsela continuando a lavorare duramente. Finora non mi è mai capitato di vincere tante partite, tutte addirittura.  Questo è comunque un gruppo consapevole di quello che sta facendo e di ciò che si sta giocando e non nascondo che vincendo qualche momento di distrazione c’è stato e si è visto durante le partite. Ora è importante saper gestire questo vantaggio che abbiamo per arrivare al meglio fino alla fine. Il primo obiettivo è la Coppa Italia e ci siamo quasi a questo evento. Quando leggo di certe critiche che vengono mosse alla squadra, nonostante quello che sta facendo, mi vien da rispondere che le critiche vanno fatte in maniera costruttiva, perché se è vero che in alcune partite abbiamo avuto delle difficoltà è anche vero che quando giunge il momento decisivo tiriamo fuori gli artigli e questo è un grande merito, non tutte le squadre riescono a fare la cosa giusta nei momenti importanti. Questo è un gruppo che si adatta molto alla squadra che affronta e quindi il nostro ritmo cresce col crescere della forza dell’avversario”.

D: Avete accolto Lorenzo De Zardo a braccia aperte come se fosse con voi dal primo giorno. È lo spirito di squadra uno dei vostri segreti?

R: “Posso dirti di sì, perché noi siamo una squadra esperta e sappiamo quanto conti il gruppo. Lorenzo è un ragazzo magnifico, come gli altri under, tutti al servizio della squadra. Il suo arrivo è molto positivo, contribuirà nel migliore dei modi. Il campionato non si vince solo con l’esperienza e con i vari Stanic, Ruggiero e Rezzano, ma unendo le forze e raccogliendole a fattor comune”.

D: Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori…

R: “Sono molto testardo, quando mi prefiggo un obietto vado avanti per raggiungerlo, seguo la mia strada e non guardo in faccia a nessuno. Mi ritengo una persona leale, che non ha mai ceduto a nessuna pressione, cerco di portare avanti le mie idee e di questo ne vado fiero. Ho una bella famiglia, con due bellissime bambine ed una moglie che mi segue ovunque. Devo a loro la mia crescita come persona, l’essere diventato padre per due volte mi ha responsabilizzato e a loro devo essere grato”.

D: Quale squadra temi di più negli altri gironi?

R: “Non dobbiamo parlare di timore nei confronti di questa o quella squadra, perché noi siamo consapevoli della nostra forza, ma piuttosto di essere a conoscenza che ci sono squadre altrettanto forti negli altri gironi come Caserta, Salerno, Omegna e Firenze. Quello che io credo è che le partite vadano giocate, con una puoi fare più fatica, con l’altra puoi esprimerti meglio, ma ciò che è più importante è il modo in cui arrivi a quella partita, che sia un playoff, una Final Four o una finale qualsiasi. Ti posso portare la mia esperienza dello scorso anno in cui abbiamo giocato la regular season molto al di sotto delle aspettative, ma alla fine abbiamo eliminato squadre come Milano e Omegna e alla Final Four siamo riusciti a raggiungere la promozione”.

D: Hai qualche rimpianto?

R: “Tantissimi, perché io sono molto ambizioso. Ho giocato due anni in A2, ma potevo farne di più. A volte passa il treno e se non sei bravo a prenderlo resti a piedi. Ma a prescindere dai rimpianti resto molto orgoglioso di quello che ho fatto perché ho dato sempre il massimo. Ho giocato anche in C1, ma sempre dando il 100% di me e forse anche qualcosa in più, io sono così”.

D: Come ti sei avvicinato al basket?

R: “Ho un fratello più grande che gioca in A1 in Argentina. Lui è stato il primo della famiglia ad avvicinarsi a questo sport grazie a mio zio. Poi i miei genitori si sono appassionati, mia madre faceva il giudice di tavolo, mio padre seguiva tutte le partite e hanno trasmesso anche in me questa voglia di basket. Io da piccolo volevo giocare a calcio, ma i miei non volevano perché in Argentina l’ambiente legato al calcio è molto difficile e così mi sono avvicinato a questo sport. Ho anche due sorelle che lo praticano”.

D: Si vive meglio in Argentina o in Italia?

R: “Io e la mia famiglia ci siamo ambientati, vivendo qui da 14 anni, poi dove si vive meglio, se in Italia o in Argentina, è una questione molto soggettiva. Io posso dirti che per me si vive meglio in Italia, ma magari per altri è il contrario. Sono due culture molto diverse tra loro. La mia esperienza italiana è molto positiva, in ogni posto in cui sono stato mi sono trovato molto bene ed ho sempre ricevuto l’affetto della gente”.

D: Il tuo cognome non è proprio argentino, che origini hai?

R: “Il mio è un cognome di origini slave, infatti mio nonno parlava benissimo sia italiano che slavo”.

D: Se dovessi rinunciare a qualcosa per raggiungere il traguardo, a cosa rinunceresti?

R: “Personalmente rinuncerei volentieri ai risultati personali, perché delle statistiche non mi importa nulla, non sto lì a guardare quanti punti ho fatto, o quanti assist o quanti rimbalzi ho preso. Per me quello che conta è il risultato di squadra. Preferisco anche giocare di meno durante il campionato per arrivare bene al momento clou della stagione”.

Ferdinando Maggio
Ufficio Stampa Cestistica Città di San Severo

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